l6) Leopardi. Una grazia della Natura.
Leopardi affronta in questa pagina, in maniera esplicita, il
rapporto fra illusione e ragione. La facolt di produrre illusioni
 un dato naturale nell'uomo, addirittura presente in misura
grandissima nei fanciulli, primitivi, ignoranti, barbari, ec. e,
in un certo grado, molto verosimilmente anche nelle bestie.
Anche il pensiero e la ragione sono elementi naturali nell'uomo,
cos come il desiderio di piacere; pensiero e desiderio di piacere
dimostrano la spiritualit dell'anima umana. In mezzo a questi
elementi naturali fa la sua comparsa un sentimento non naturale:
il sentimento della nullit delle cose. La presa di coscienza,
attraverso la ragione, della nullit delle cose distrugge
l'istinto, il sentimento e, quindi, le fonti dell'illusione.
Leopardi sembra proporre la contrapposizione fra apollineo e
dionisiaco che sta al centro della critica di Nietzsche al
socratismo (vedi Capitolo Sette, lettura 2). L'illusione, una
volta smascherata, non potr pi essere riprodotta se non con
l'azione creatrice (la finzione) del poeta; ma l'illusione
creata consapevolmente d un piacere di cui non ignoriamo il
carattere ingannevole (dilettosi inganni, Il tramonto della
luna, v. 24);  caduca come l'uomo che la crea: il paradiso e
l'inferno sono definitivamente cancellati dalla nostra
prospettiva; l'unico paradiso, e soprattutto l'unico inferno, con
cui confrontarci  qui, su questa terra.
G. Leopardi, Zibaldone, l79-l8l (luglio l820) ( pagine l53-l54).
L'infinit della inclinazione dell'uomo al piacere  una infinit
materiale, e non se ne pu dedur nulla di grande o d'infinito in
favore dell'anima umana, pi di quello che si possa in favore dei
bruti nei quali  naturale ch'esista lo stesso amore e nello
stesso grado, essendo conseguenza immediata e necessaria dell'amor
proprio, come spiegher poco sotto. Quindi nulla si pu dedurre in
questo particolare dalla inclinazione dell'uomo all'infinito, e
dal sentimento della nullit delle cose (sentimento non naturale
nell'uomo, e che perci non si trova nelle bestie, come neanche
nell'uomo [l80] primitivo, ed  nato da circostanze accidentali
che la natura non voleva). E il desiderio del piacere essendo una
conseguenza della nostra esistenza per s, e per ci solo
infinito, e compagno inseparabile dell'esistenza come il pensiero,
tanto pu servire a dimostrare la spiritualit dell'anima. umana,
quanto la facolt di pensare. Anzi  notabile come quel sentimento
che pare a prima giunta la cosa pi spirituale dell'animo nostro,
sia una conseguenza immediata e necessaria (nella nostra
condizione presente) della cosa pi materiale che sia negli esseri
viventi, cio dell'amor proprio e della propria conservazione, di
quella cosa che abbiamo affatto comune coi bruti, e che per quanto
possiamo comprendere pu parer propria in certo modo di tutte le
cose esistenti. Certamente non c' vita senza amor di se stesso, e
amor della vita. Quanto poi alla facolt che ha l'immaginazione
nostra di concepire un certo infinito, un piacere che l'anima non
possa abbracciare, cagione vera per cui l'infinito le piace,
quanto dico a questa facolt, la quale  indipendente dalla
inclinazione al piacere, e stava in arbitrio della natura di
darcela o non darcela, giudichi ciascuno quanto possa provare in
favore della nostra grandezza. Io per me credo: l. che la natura
l'abbia posta in noi solamente per la nostra felicit temporale,
che non poteva stare senza queste illusioni, 2. osservo che questa
facolt  grandissima nei fanciulli, primitivi, ignoranti, barbari
ec. quindi congetturo e mi par ben verisimile che esista anche
nelle bestie in un certo grado, e relativamente a certe idee, come
son quelle dei fanciulli ec.; 3. considero che la ragione, la
quale si vuole avere per fonte della nostra grandezza, e cagione
della nostra superiorit sopra gli altri animali, qui non ha che
far niente, se non per [l8l] distruggere; per distruggere quello
che v'ha di pi spirituale nell'uomo, perch non c' cosa pi
spirituale del sentimento n pi materiale della ragione, giacch
il raziocinio  una operazione matematica dell'intelletto, e
materializza e geometrizza anche le nozioni pi astratte; 4. che
le illusioni sono anzi affatto naturali, animali, atti dell'uomo e
non umani secondo il linguaggio scolastico, ed appartenenti
all'istinto, il quale abbiamo comune cogli altri animali, se non
fosse affogato dalla ragione. Applicate queste considerazioni a
quello che soglion dire gli scrittori religiosi, che il non poter
noi trovarci mai soddisfatti in questo mondo, i nostri slanci
verso un infinito che non comprendiamo, i sentimenti del nostro
cuore, e cose tali che appartengono veramente alle illusioni,
formino una delle principali prove di una vita futura.
 (G. Leopardi, Tutte le opere, Sansoni, Firenze, l988 5, volume
secondo, pagine 85-86).
